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Great Comebacks

Mirella Lo Po

Vincitrice Great Comebacks™ 2015 

Volevo festeggiare i miei 48 anni a Barcellona. Ho espresso questo desiderio a mio marito, e lui è stato felice di esaudirlo. Partiamo per quelli che pensavo sarebbero stati quattro giorni felici, spensierati. Il ricordo ancora vivido, quasi doloroso, del momento in cui ho notato quelle

macchie non mi ha lasciato per molto tempo. Al momento, ho solo voluto far finta di nulla. Potrebbe esser stata qualsiasi cosa. Può essere qualsiasi cosa, mi ripetevo. Ho spento le candeline, quella sera, indossando anche un sorriso non sincero. Mia figlia dice sempre che i desideri spenti davanti alle torte si avverano sul serio. Io, tesoro, ho dovuto darti torto.

Qualche giorno dopo, seduta nella sala d'aspetto della mia dottoressa, sentivo le persone intorno a me conversare. Parlavano di cose che non rammento. Le loro parole mi erano inudibili, inafferrabili. Volevo solo entrare, poggiare la borsa sulla sedia affianco alla mia e liberarmi di tutta l'ansia che mi si era raccolta in petto. Non ho pensato neanche per un istante al mio papà e al suo male all'intestino. Non ho pensato a niente e quando la dottoressa mi mandò a casa, sbrigativa, tranquilla, con delle bustine per problemi venosi mi feci forte di un parere medico di cui pensavo potermi fidare. Misi a dormire le mie paranoie, finii la cura, speranzosa. Un mese e tutto rimane invariato. C'è ancora sangue sulla mia carta igienica.

Settembre arriva e si scaglia senza pietà sulle mie speranze, lapidandole, una dopo l'altra. Faccio una colonoscopia privatamente, perché i tempi di attesa nelle strutture pubbliche sono troppi lunghi e noi, dice il medico, tutto questo tempo non lo vogliamo sprecare, non adesso.

Quando ti viene diagnosticato un tumore, non sai bene cosa dire. Ho sentito vari medici blaterare per mesi parole che non comprendevo e che non volevo sentire. Ogni mese, pensavo, avrei visto i muri verde pallido dei corridoi per l'ultima volta. Pensavo,avrei respirato l'aria stantia dell'ospedale per l'ultima volta, l'ho pensato tre, quattro, cinque, sei volte.

Il mattino in cui, dopo l'ileostomia, mi son svegliata su quel lettino, ho capito che il mio corpo mi aveva tradita. Ho capito cosa stava succedendo davvero, e ho abbandonato la nave.

In questo mondo, c’è chi scala la vetta dell'Everest senza gambe, chi diventa un atleta professionista senza mani. Io, senza nemmeno aver la forza di guardare a quella ferita, piangevo. Piangevo senza trovare consolazione, senza aspettare nessuno se non il sonno che finalmente mi avrebbe portato un po' di riposo. Il giorno delle mie dimissioni, le mie ossa in vista, il mio volto emaciato – il dottor Caporossi mi disse che conosceva un'infermiera che si sarebbe presa cura di me. “È bravissima, si fidi”, mormorò riferendosi a Caterina - la Caterina dagli occhi gentili e la grinta di un uragano che diventò la mia stomaterapista. Caterina, grazie. Per avermi incoraggiato quando volevo gettare la spugna. Per avermi sostenuto, abbracciato, spronato, sgridato. Per avermi rianimato quando ero quasi spenta, per avermi parlato quando pensavo di non voler più ascoltare nessuno. Ti devo la mia ritrovata gioia di vivere, la forza che ho e che, nascosta, hai saputo tirare fuori solo tu. Perché sei speciale, ma speciale davvero. Ad oggi, ho ancora interventi da affrontare e nuove ferite dovranno rimarginarsi. Ad oggi, però, vedo una luce che non vedevo prima. Voglio imparare a nuotare, voglio vivere con gioia la mia famiglia e diventare una nonna tutto pepe che correrà dietro ai suoi nipoti, forte d'aver vinto le sue battaglie. E voglio dire che non bisogna esser forti, sempre, per forza. Non siamo tutti gladiatori, combattenti armati fino ai denti. Io ho lasciato spazio al dolore, per un po'. Mi son data il tempo di accettarmi, di nuovo, di fidarmi, dopo esser stata tradita da me stessa. E poi, quando sono stata pronta, quanto ho capito che non dovevo vergognarmi d'essere fragile, debole, vulnerabile, mi sono alzata e ho imparato

a combattere e voglio vincere.

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